Marco Mengoni : “Le cose che ha”

Di Concetta Guido, 8 dicembre 2015. Lo aveva promesso ( e Marco mantiene sempre le promesse – egli stesso è stato, agli esordi, la più bella promessa, mantenuta alla grande, della attuale musica giovane italiana -)

SO 2014-11-14 MARCO MENGONI

e a meno di un anno dall’uscita del CD ” Parole in circolo” il cerchio si chiude ed esce la seconda parte del lavoro discografico, ” Le Cose Che Non Ho”, che contiene anche il brano omonimo del Cd costituente la prima parte del progetto, appunto “Parole in Circolo”.Un brano che racchiude, in un certo senso, il manifesto del progetto in parole e musica. In questo CD, in tutte le canzoni che lo compongono, si ‘legge’ di sentimenti, di voglia pazza di libertà, di sincerità, di gioia e di malinconia, di amore e di amicizia, di vita vissuta e da vivere, di sete di giustizia e di lealtà: si legge insomma, come è ovvio, di Marco! Di un ragazzo di oggi che sta facendo della sua vita un discorso, coerente, con se stesso e con la società, rapportandola anche a se stesso. Si legge del suo anelito, sincero e giusto, al miglioramento, attraverso delle canzoni,di un mondo fatto troppo spesso di ipocrisie e di ingiustizie. E le canzoni possono fare molto, in tal senso. Senza tema di essere tacciati di presunzione. Le canzoni,la musica, molto di più di altre forme di arte, incidono profondamente nella vita della gente, dei giovani,in particolare. I quali rappresentano il nodo cruciale del mondo. La prima canzone uscita, tratta da questo album di fotografie in musica, è la bellissima “Ti ho voluto bene veramente”, messa in video, come prima parte di un cortometraggio di cui questo video è il primo tempo. E su questo video/canzone credo che valga la pena di scrivere due parole in più. Pochi elementi, ma fondamentali, tracciano il significato della canzone: Il volersi lasciare alle spalle un passato di sbagli, di dolore, di occasioni perdute. L’aver la sensazione di stare meglio, man mano che ci si allontana da quello stesso passato, per poi capire che non si può sfuggire a se stessi. Un viaggio che riguarda la propria sfera emotiva e che parte dal subconscio, probabilmente, per approdare alla consapevolezza dell’Io. Alle prime battute, si profilano le fratture e i crepacci sulla terra, metafora delle fratture e delle scissioni di un’anima alla ricerca di se stessa. .. Antoine de Saint-Exupery ( chi non conosce il “Piccolo principe”?) è famoso come una specie di autore per bambini. Ma la sua opera maggiore è “Citadelle” una serie di riflessioni aforismatiche sulla vita, sul destino, sull’Uomo. In una delle sue riflessioni, Saint-Exupery dice, più o meno: “Quello che conta, per chi ascende su una montagna non è essere arrivato in cima; no, quello che conta è il viaggio”. Si tratta di un concetto analogo a quello espresso nel testo di “Ti ho voluto bene veramente “ una sorta di malinconico “Viaggio verso l’ignoto”, dove il protagonista va – apparentemente – lontano, per sfuggire ad un amore che presumiamo infelice, ma dove l’amore non è altro che il pretesto per andare lontano alla ricerca del più profondo se stesso, dunque, e pertanto. Non si può amare davvero senza investire nel rapporto una gran parte di se stessi. Ma non si può investire in nulla di sè, se non ci si conosce veramente. Fuga? Forse. Da qualcuno o da qualcosa? O semplicemente si parte per tornare e dunque – in definitiva – si gira in tondo? Penso che l’allontanamento – temporaneo – sia solo il tentativo di andare verso una ricerca…. difficile, irta di ostacoli, ma che serve a crescere. E credo che, per concludere questo capitolo, di carne a cuocere ce ne sia parecchia, per essere il tema di una canzone! Ed ora parliamo un poco del personaggio Marco Mengoni. Dell’Artista, canzoni a parte. Io parlerei di un ‘nuovo e vecchio’ Mengoni.Il NOSTRO nuovo ( e vecchio) Marco. Di vecchio, ma vecchio in quanto sempre presente, dunque sempre attuale, c’è la VOCE, che a seconda dei pezzi, delle occasioni, del pubblico presente, della vocazione del momento, viene modulata ad hoc, e può assumere invariabilmente i più disparati toni, da quello alto, anzi…altissimo ( il tanto a lui caro “mi bemolle”, che si apparenta tanto al “do”, che fa di Marco un tenore leggero) a quello più basso, caldo, virile e confidenziale. Per dirla tutta, quest’ultima prerogativa- dei toni più bassi- non è poi roba tanto vecchia, ma il Mengoni degli esordi prediligeva i toni alti ( “se cambierà…per te nascerò ancora.., per intenderci…). E poi ” giura sarò roccia contro il fuoco e il gelo…) e per convincere la sua voce deve essere suadente, calda, assertiva. E riesce molto bene, in questa impresa. Come gli riusciva molto bene gridare – nel senso di urlare al mondo tutta la sua sofferenza ma anche la sua speranza e il suo desiderio di rinascita ” se cambierà per te nascerò ancora”. Insomma,al Mengoni riescono col buco tutte, o quasi tutte, le ciambelle. A Mantova poi ha lanciato una nuova cover , durante il tour della scorsa stagione – sebbene io non parlerei tanto di cover, ma nel suo caso, di reinterpretazione personale dei brani di altri artisti, spesso evergreen, il più delle volte rivestendoli di nuova luce e…magia – quella La Llorona che è diventata un nuovo classico mengoniano, destinato a restare nella memoria collettiva di tanti che lo seguono in tour, su youtube, sui social. Insomma, ha preso un classico della musica latino-americana, che tratta di una struggente e tragica vicenda, che probabilmente ha un fondo di verità, diventata leggenda, che ha come protagonista una donna messicana,che innamoratasi di un nobile spagnolo giunto in terra dei Maia per conquistare, depredare e asservire un popolo, con lui concepisce tre figli. Poi ,abbandonata vilmente, disperata, uccide i figli. Resasi conto,questa Medea del Nuovo Mondo, dell’orrore in cui era incorsa, muore di dolore e resterà per sempre su quelle terre, gridando i suoi eterni lamenti e la sua disperazione senza soluzione. Storia che è una metafora della disperazione di tutto un popolo, dalla fine cultura, asservito allo “straniero”, senza pietà e misericordia. La voce del Mengoni in questa nuova interpretazione è stata fantastica! Rendeva molto bene l’idea del dramma; lui, in piedi ,dritto, quasi immobile, con le braccia quasi legate dietro la schiena, usa la voce, come protagonista assoluta, per raccontare la tragedia. Una voce unica, che ci racconta. recitando, che urla il suo dolore – e mi ricorda quel “grito de America”, magistralmente espresso da Placido Domingo, come analoga denuncia alla invasione delle truppe spagnole e al conseguente genocidio di tutto un popolo. Questo di La Llorona e’ sicuramente un nuovo Mengoni, un Mengoni più maturo, consapevole dei suoi mezzi espressivi, ma che non ostenta nulla di quella che è la sua potenza vocale e interpretativa. E lui stesso, ci racconta oggi, ” Ho deciso di lavorare per sottrazione: meno virtuosismi, per agire di più sulle emozioni. Abbasso le tonalità e mi muovo sui mondi più parlati. Ho più voglia di dire parole e meno di cercare note alte.” E veniamo al cantante-manager di se stesso, che detta legge per quanto riguarda il suo progetto creativo, che parte dal concepimento dei brani, sia nei testi sia nella musica. Lui è l’artefice principale, anche se coadiuvato da esperti musicisti e autori di testi. Il tutto credo che nasca da un’idea, in un certo senso globale, che parte da una canzone, per poi arrivare allo spettacolo che si sostanzia nel Live. Uno spettacolo che usa le canzoni per parlare di vari argomenti, che spesso seguono un fil rouge, e che trovano ispirazione in vari fatti della quotidianità, nella società attuale, e spesso nella deriva di questa società. E nel live offrono lo spunto per affrontare con il pubblico dei discorsi. Le canzoni dunque sono le protagoniste di un discorso globale, che trova altri co-protagonisti: Il teatro, o palazzetto che sia, il palco, il pubblico, parte determinante ed in causa, senza il quale non ci sarebbe nulla di tutto questo. E credo che Mengoni, quando progetta e crea, tenga in debita considerazione questo importante elemento. Questa corrispondenza e’ determinante. Ed anche la sua nota e ammirevole capacità di essere sempre diverso ed unicamente se stesso, nei vari concerti, anche in considerazione della sua notevole capacità di improvvisare, sia mossa da questo speciale ed esclusivo rapporto con la sua gente, con il suo ‘popolo’ – ed ora più che mai, visti i numeri, possiamo definirlo ‘popolo’. Parliamo dunque di un artista veramente all’altezza di questo termine. Che cresce di continuo. E con lui cresce l’entourage, ed il pubblico. Perché un pubblico all’altezza del suo artista completa e dà lustro all’artista stesso. In un certo senso egli si rispecchia in esso, e esso si rispecchia nel suo artista. E in assenza di questa peculiarità i palazzetti, come molti giornalisti presenti hanno notato, non ‘tremerebbero’, non fremerebbero e non sussulterebbero ad ogni movimento del protagonista, che sia un movimento vocale o fisico o psichico o tutte e tre le cose insieme. Come in definitiva sempre accade. E, per concludere, Mengoni è un protagonista, del mondo della musica, in cammino, con migliaia di aficionados che lo seguono con passione. Che ancora non sanno di preciso dove arriveranno, ma che sanno bene che ovunque li porterà il loro “generale” in capo, vivranno un’esperienza unica e appagante, da veri protagonisti. E questo è un compito che riesce solo e soltanto ad un vero ed autentico leader.