Luther King e i diritti civili, lo show di Mengoni è un credo laico

Andrea Laffranchi, 7 maggio 2015

Mantova. Di parole in circolo ce ne sono tante. Non solo quelle delle canzoni (e del titolo del suo album). Nel suo tour partito dal Palabam di Mantova l’altra sera Marco si ritaglia un piccolo spazio per piccoli discorsi. In uno, prima di «Stanco», torna bambino (mentre sui megaschermi scorrono immagini di baby Marco) e racconta dei giochi che faceva in macchina coi genitori.

Il  cuore dello show, sia nelle parole che nello spettacolo arriva con «Esseri umani» mentre Mengoni recita una specie di credo laico in cui cita l’anniversario per il diritto di voto alle donne, Martin Luther King e i diritti dei neri, il coraggio di Lucia Annibali («Quando le ho sentito dire che non odiava chi l’ha sfregiata ho capito cos’è la vita») e Andrea,  «ragazzo dai pantaloni rosa» suicida perché si sentiva diverso. «Ci ho messo il micro e il macro della nostra società degli ultimi 70 anni. Vivo in questo Paese e in questo momento storico mi sento di dire queste cose.  Anzi, credo che vadano dette», racconta nei  camerini.                                                                                                                           È proprio su «Esseri umani» anche lo show raggiunge l’apice.Sul megaschermo in formato superpanoramico, c’è un salotto ripreso dall’alto. E Marco è lì, (s)comodamente seduto (e imbragato) in una poltrona appesa in verticale. I 6 mila (sold out, come questa sera e domani al Forum di Milano) esplodono.                                                                         Palco minimal in cui protagoniste sono le luci eleganti e il megaschermo che domina la scena si accende di proiezioni ad  alto tasso tecnologico. C’è subito  «Guerriero» a scaldare la serata. Mengoni, completo scuro, è molto controllato. È forse l’emozione che lo trattiene si riflette anche sulla minore tensione della prima parte.                                           Nel racconto della serata c’è anche un’app. su alcuni pezzi trasforma il telefonino in uno schermo che cambia colore a tempo di musica e che trasmette immagini. «Il messaggio è:non guardate un concerto attraverso il filtro del telefonino per registrare tutto. Facciamo il concerto assieme», spiega il protagonista. Non tutti lo colgono. «La valle dei Re» è la svolta: energia finalmente libera, sia sul palco che nel pubblico. Su    «Bellissimo» il ritmo sale e su   «I Got the fear». Marco si scioglie: la sua voce (e i fiati) ha quello scatto black che è nelle sue radici.  «L’essenziale» non deve nemmeno cantarla: la prima strofa se la gode accucciato sul palco coi cori delle fan. È qui non servono le parole.                                                                                                                                               Andrea Laffranchi